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giovedì 21 aprile 2016
sabato 26 dicembre 2015
Buon Santo Stefano
BUON SANTO STEFANO
Il 26 dicembre il calendario della Chiesa celebra la memoria di Santo Stefano, secondo la tradizione il primo martire cristiano venerato sia dai cristiani d’Oriente che da quelli d’Occidente. Per conoscere più da vicino questa esemplare figura di Santo, pubblichiamo il contributo proposto nelle sue pagine web dal sito www.aleteia.org.
Venerato come santo dalla Chiesa cattolica e ortodossa, Stefano è celebrato il 26 dicembre. Primo diacono addetto al servizio dei poveri e dei bisognosi e primo martire della storia, è un vero e autentico modello di santità che ci parla di Gesù e del suo mistero pasquale con intima e profonda convinzione. Invocato contro emicranie e malattie alla testa, tutto ciò che sappiamo di Stefano è tratto dal Nuovo Testamento. Purtroppo le sue origini restano molto problematiche e se ne ignora la provenienza. Il libro degli Atti degli Apostoli (capitoli 6 e 7), dà molto rilievo al martirio, ma non ne indica in nessun modo la data che, in ogni caso, è precedente alla conversione di San Paolo, testimone della lapidazione. D’altronde in quel tempo Gerusalemme è un crocevia di tante popolazioni, con lingue, costumi e religioni diverse. Se da un alto si suppone che sia greco poiché il suo nome significa “coronato”, dall’altro, s’ipotizza che sia un ebreo educato nella cultura ellenistica. Di sicuro, però, è uno dei primi giudei a diventare cristiano al seguito degli apostoli e, data la sua cultura e saggezza, attira attorno a sé tantissima gente, che lo stima e lo ammira. Quello che si afferma di lui con certezza è che la sua persona gode di una buona reputazione, fede e sapienza.
Al servizio dei poveri
La sua figura ci riporta agli albori del cristianesimo. La Chiesa, dopo la Pentecoste è in piena espansione. La comunità cristiana cresce di numero e spinge non solo a un impegno continuo e assiduo in opere di predicazione e di carità ma, soprattuto induce a una nuova organizzazione e distribuzione di compiti. Stefano s’inserisce in questo contesto caratterizzato dalle lamentele dei cristiani di origine ellenica che circolavano all’interno della comunità. I primi sintomi del malcontento si riferiscono alla distribuzione quotidiana del cibo tra i cristiani. Gli apostoli istituiscono subito per questo servizio il ministero dei diaconi. Tra i prescelti c’è Stefano, il più importante dei sette uomini proposti al servizio delle mense, la cui azione si estende anche alla predicazione. Nominato per primo, pieno di grazia e di fortezza, conquista le persone e parla con una sapienza irresistibile. Opera prodigi e segni grandi fra il popolo. Intelligente e capace, non si limita al lavoro amministrativo, ma predica soprattutto tra gli ebrei della diaspora, come i Cirenei, gli Alessandrini e altri della Cilicia e dell’Asia, che passano per la Città Santa e che egli guadagna numerosi alla fede in Gesù Cristo.
Verso il martirio
Stefano svolge l’apostolato con calore e passione. Ma la novità che porta, purtroppo suscita discussioni animate e reazioni contrastanti nelle sinagoghe. La sua è una vera rivoluzione d’amore che scompiglia le idee tradizionali sulla legge mosaica e sul valore attribuito al tempio di Gerusalemme. Accusato di bestemmia contro Mosé e contro Dio, è arrestato e condotto davanti al Sinedrio. Oratore ispirato e discepolo fedele, contempla la gloria del Risorto, ne proclama la divinità con un lungo e appassionato discorso davanti ai membri del consiglio, gli affida il suo spirito e perdona i suoi uccisori. E’ troppo, però, per chi ascolta, Stefano pronuncia parole forti e potenti che testimoniano, a costo della vita, la fede in Cristo e, proprio per questo, si celebra subito dopo la nascita di Gesù già a partire dal IV secolo. Martire esemplare, affronta con la forza della carità il supplizio e la lapidazione, e con gli stessi gesti e sentimenti di Gesù si affida al Padre nella preghiera e si abbandona fra il grandinare delle pietre, coperto di sangue.
L’espansione del Vangelo
Il martirio di Stefano segna il distacco evidente tra la Chiesa e la Sinagoga. Il suo sacrificio apre la strada a una massiccia persecuzione di cristiani, che emigrano verso altre città della Palestina e dei paesi circostanti. La loro fede è forte e la portano ad altri ebrei e ai pagani che sempre più numerosi aderiscono. Comunica adesso un fase nuova: il viaggio del Vangelo in direzione del mondo, dove il cristiano non si lega al tempio e al culto, ma muove da una gratuita iniziativa divina. La Chiesa, sempre più inserita nel mondo greco-romano, inizia così quell’opera straordinaria d’inculturazione del Vangelo, che sta alla base della nostra cultura
AUGURI A TUTTI GLI STEFANO :-)
Il 26 dicembre il calendario della Chiesa celebra la memoria di Santo Stefano, secondo la tradizione il primo martire cristiano venerato sia dai cristiani d’Oriente che da quelli d’Occidente. Per conoscere più da vicino questa esemplare figura di Santo, pubblichiamo il contributo proposto nelle sue pagine web dal sito www.aleteia.org.
Venerato come santo dalla Chiesa cattolica e ortodossa, Stefano è celebrato il 26 dicembre. Primo diacono addetto al servizio dei poveri e dei bisognosi e primo martire della storia, è un vero e autentico modello di santità che ci parla di Gesù e del suo mistero pasquale con intima e profonda convinzione. Invocato contro emicranie e malattie alla testa, tutto ciò che sappiamo di Stefano è tratto dal Nuovo Testamento. Purtroppo le sue origini restano molto problematiche e se ne ignora la provenienza. Il libro degli Atti degli Apostoli (capitoli 6 e 7), dà molto rilievo al martirio, ma non ne indica in nessun modo la data che, in ogni caso, è precedente alla conversione di San Paolo, testimone della lapidazione. D’altronde in quel tempo Gerusalemme è un crocevia di tante popolazioni, con lingue, costumi e religioni diverse. Se da un alto si suppone che sia greco poiché il suo nome significa “coronato”, dall’altro, s’ipotizza che sia un ebreo educato nella cultura ellenistica. Di sicuro, però, è uno dei primi giudei a diventare cristiano al seguito degli apostoli e, data la sua cultura e saggezza, attira attorno a sé tantissima gente, che lo stima e lo ammira. Quello che si afferma di lui con certezza è che la sua persona gode di una buona reputazione, fede e sapienza.
Al servizio dei poveri
La sua figura ci riporta agli albori del cristianesimo. La Chiesa, dopo la Pentecoste è in piena espansione. La comunità cristiana cresce di numero e spinge non solo a un impegno continuo e assiduo in opere di predicazione e di carità ma, soprattuto induce a una nuova organizzazione e distribuzione di compiti. Stefano s’inserisce in questo contesto caratterizzato dalle lamentele dei cristiani di origine ellenica che circolavano all’interno della comunità. I primi sintomi del malcontento si riferiscono alla distribuzione quotidiana del cibo tra i cristiani. Gli apostoli istituiscono subito per questo servizio il ministero dei diaconi. Tra i prescelti c’è Stefano, il più importante dei sette uomini proposti al servizio delle mense, la cui azione si estende anche alla predicazione. Nominato per primo, pieno di grazia e di fortezza, conquista le persone e parla con una sapienza irresistibile. Opera prodigi e segni grandi fra il popolo. Intelligente e capace, non si limita al lavoro amministrativo, ma predica soprattutto tra gli ebrei della diaspora, come i Cirenei, gli Alessandrini e altri della Cilicia e dell’Asia, che passano per la Città Santa e che egli guadagna numerosi alla fede in Gesù Cristo.
Verso il martirio
Stefano svolge l’apostolato con calore e passione. Ma la novità che porta, purtroppo suscita discussioni animate e reazioni contrastanti nelle sinagoghe. La sua è una vera rivoluzione d’amore che scompiglia le idee tradizionali sulla legge mosaica e sul valore attribuito al tempio di Gerusalemme. Accusato di bestemmia contro Mosé e contro Dio, è arrestato e condotto davanti al Sinedrio. Oratore ispirato e discepolo fedele, contempla la gloria del Risorto, ne proclama la divinità con un lungo e appassionato discorso davanti ai membri del consiglio, gli affida il suo spirito e perdona i suoi uccisori. E’ troppo, però, per chi ascolta, Stefano pronuncia parole forti e potenti che testimoniano, a costo della vita, la fede in Cristo e, proprio per questo, si celebra subito dopo la nascita di Gesù già a partire dal IV secolo. Martire esemplare, affronta con la forza della carità il supplizio e la lapidazione, e con gli stessi gesti e sentimenti di Gesù si affida al Padre nella preghiera e si abbandona fra il grandinare delle pietre, coperto di sangue.
L’espansione del Vangelo
Il martirio di Stefano segna il distacco evidente tra la Chiesa e la Sinagoga. Il suo sacrificio apre la strada a una massiccia persecuzione di cristiani, che emigrano verso altre città della Palestina e dei paesi circostanti. La loro fede è forte e la portano ad altri ebrei e ai pagani che sempre più numerosi aderiscono. Comunica adesso un fase nuova: il viaggio del Vangelo in direzione del mondo, dove il cristiano non si lega al tempio e al culto, ma muove da una gratuita iniziativa divina. La Chiesa, sempre più inserita nel mondo greco-romano, inizia così quell’opera straordinaria d’inculturazione del Vangelo, che sta alla base della nostra cultura
AUGURI A TUTTI GLI STEFANO :-)
giovedì 3 dicembre 2015
Oggi la prima cine de "Chiamatemi Francesco", un film sul Papa della gente

“Chiamatemi Francesco”, il primo film su Papa Bergoglio:
“Non volevamo farne un santino”
°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°
È il film su cui punta il mercato: nelle sale il 3 dicembre, a pochi giorni dall’inizio del
Giubileo, racconta la storia di Jorge Mario Bergoglio, dagli studi di
chimica fino alla vocazione. Spiega il regista Daniele Luchetti:
“Il mio modello è stato The Queen di Stephen Frears, ho
cercato l’asciuttezza inglese”
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Ogni Paese che ospita merita di vivere le proprie Tradizioni, usanze della propria origine , convivenza sì, ma non invadenza e stravolgimento Vale per tutti i Paesi !
In ogni luogo Le proprie Chiese e tradizioni, perché sono le nostre Origini e parte di noi!
Ovunque, si ha diritto e doveri.
ospitalità e rispetto e gratitudine d’ospitalità
Tradizioni, storie che non possono e non devono essere stravolti da chi soggiorna in “casa d’altri”, dove si offre per altro la
possibilità di convivere e vivere assieme le proprie culture sapienze. non ci si deve fare la guerra, o lotte , è semplice e logico,
ed anche giusto e comprensibile, che un Paese come l’Italia ma come anche altri, ovviamente, possa mantenere le proprie origini.
Questo serve a ricordare da dove proveniamo, chi siamo stati e chi siamo. poter trasmettere ai nostri figli, i nostri ricordi, il nostro passato,
le nostre esperienze che ci hanno portato ad essere ciò che siamo , la nostra cultura, i nostri Simboli. Per i quali oltretutto
i nostri Avi e nonni e genitori hanno lottato per conquistare nei pieni dirittti civili e storici. Per dare ciò che ci spettava
ai nostri eredi, le nostre campagne, i nostri lavori, la nostra semplicità la nostra quotidianità i nostri insegnamenti di un Paese meritevole e dignitoso che ha sempre amato la convivenza pacifica, ma con il diritto a mettere al primo posto ciò che ci siamo conquistati
sacrifici, sangue , sudore e studio , non per separare le culture NO, ma solo per vivere nella nostra “casa”, ed avere gratitudine a chi gli offriamo
quello che si può.
Non si puà strappare tutto questo, la nostra Terram le nostre origini, i nostri antichi canti e vecchie e nuove canzoni , quelle che parlano di noi
Habbiamo il natale, coi suoi canti, le sue canzoni il suo Presepe ed albero di Natale.
indipendentemente da chi desidera festeggiarlo o meno. Ma chi non desidera farlo o farlo deversamente, non serve che invade gli spazi altrui.
Per vivere il natale basta un proprio pesniero , simbolo ma soprattutto come dice sempre il nostro giusto Papa Francesco, un gesto, anche un piccolo gesto d’amore, al dilà di Messe, regali che dovrebbero comunque essere sentiti interiormente e come doni, quelo di essere di un gesto d’aiuto o un pò d’ascolto .
Se io vado in casa d’altri mi aspetto di essere ospitata ma non pretendo di invadere il loro essere.
Noi le Sinagoghe ? perché no ? Ma loro , le nostre Chiese? nei loroPaesi? Ci sono da loro ? queste cose?
o non ci desiderano ne accettano forse, come Culture ne come italiani ne come Simboli ?
Riguardo a Paesi , popoli e Culture non bisognerebbe MAI riferirsi a “SENSO UNICO” ! proprio per
una convivenza più consapevole e migliore! Si può, perché non si dovrebbe ?
unaqualunque
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lunedì 10 agosto 2015
Buon San Lorenzo :-)
BUON SAN LOREN<O, MI RACCOMANDO STANOTTE OCCHIO ALLE STELLE ;-)
.........................................................
Lorenzo era nato in Spagna, a Osca, oggi Huesca, alle falde dei Pirenei aragonesi, nel 225, ma sono poche e poco documentate le notizie sulla sua vita e contraddittorie quelle sulla sua morte. Completa assai giovane gli studi umanistici e teologici a Saragozza, allievo di quello che diverrà poi papa Sisto II. Insieme con lui lascia la Spagna per Roma. Qui il suo maestro, alla morte di Stefano I, viene eletto vescovo dell’Urbe e papa il 31 agosto del 257.
Lorenzo ha 32 anni. Il nuovo papa lo fa arcidiacono e in quella veste gli assegna la responsabilità delle opere di carità nella diocesi di Roma. Sono oltre 1.500, fra poveri e vedove, i bisognosi di cui Lorenzo si occupa. Una moltitudine, se la si compara alla popolazione della città, enormemente ridotta rispetto ai numeri che aveva conosciuto nel massimo splendore dell’impero. Già prima che Sisto ascenda al soglio pontificio, l’Imperatore Valeriano pubblica un primo editto di persecuzione contro i cristiani. Nonostante ciò, per almeno un anno, l’opera pastorale di Sisto e l’intensa attività di Lorenzo si svolgono senza eccessivi intoppi.
Ma nei primi giorni dell’agosto del 258, un nuovo più feroce editto di Valeriano ordina l’immediata messa a morte di tutti i vescovi, presbiteri e diaconi e la confisca dei beni in loro disponibilità a favore dell’erario imperiale.
Sisto fu il primo a cadere, decapitato, insieme con sei dei suoi diaconi, il 6 agosto.
La leggenda, diffusamente alimentata dal quell’Ambrogio vescovo di Milano nel suo De Officiis, narra dell’incontro di Lorenzo con il suo vescovo condotto al martirio. Dove vai, padre, senza il tuo figlio? Dove ti affretti, o santo vescovo, senza il tuo diacono?, esclama Lorenzo, rivendicando il diritto di morire con lui, se non prima di lui o addirittura in sua vece.
E ricorda l’esempio di Abramo che offrì a Dio il sacrificio del figlio Isacco o quello di san Pietro, che si fece precedere nella testimonianza di fede dal giovinetto protomartire Stefano.
Solo la risposta di Sisto, che gli assicura che a lui saranno riservate ben presto prove anche più aspre, acquieta l’ansia eroica del nostro santo.
A Lorenzo si offrì salva la vita purché consegnasse i tesori della Chiesa entro tre giorni.
Alla scadenza del 10 agosto, dunque, il santo si presenta seguito dalla turba dei diseredati cui presta assistenza ogni giorno: Ecco – egli dice – questi sono i nostri tesori. Sono tesori eterni, non vengono mai meno, che anzi aumentano sempre, alludendo al fatto che sempre vi saranno uomini e donne offesi dal bisogno e dalla miseria. Fu subito catturato, si procedette alla sua esecuzione e Lorenzo fu posto su una graticola e bruciato vivo.
Questa la tradizione, della quale non vi è, però, alcuna certezza; che anzi molti sono gli storici che sostengono che venisse invece decapitato. Ma tant’è. L’iconografia tradizionale e quella ufficiale ritraggono il Santo con la palma del martirio e la graticola che indica la tecnica del supplizio. E si racconta che il santo, con allegra spavalderia da giovane spaccone, si rivolgesse ai suoi aguzzini invitandoli a girarlo sulla graticola che “da questa parte son già cotto; giratemi e poi mangiatemi!”
Ancora la memoria popolare, che sempre si nutre delle più sfrenate fantasie, testimonia che il corpo del santo, ben cotto, fu distribuito tra i poveri perché se ne cavassero la fame, quasi ultimo atto della sua quotidiana pratica di carità. Al momento che spirava, si dice poi che un soldato romano raccogliesse uno straccio intriso di alcune gocce di sangue e grasso, che colavano dalla graticola, recandolo poi al paese che allora da allora si chiamò Castrum Sancti Laurentii, oggi Amaseno, nel frusinate. Naturalmente il patrono di Amaseno è San Lorenzo e qui, ogni 10 agosto, si ripete il miracolo della liquefazione del sangue che intride la sacra reliquia, né più né meno di quel che accade con il sangue di San Gennaro.
Patrono di Grosseto, che gli dedica il Duomo d’impianto romanico; patrono di Roma, sia pure in compagnia di Pietro e Paolo e anche di Perugia, con san Costanzo e sant’Ercolano e patrono di Rotterdam, San Lorenzo è protettore dei lavori che si fanno col fuoco: è il santo dei pompieri, dei lavoratori del vetro, dei cuochi, dei rosticcieri. Ama la notte, Lorenzo, non ne vede la tenebra: La mia notte non ha oscurità, ma tutte le cose divengono chiare nella luce, afferma nella sua Liturgia delle Ore, Vespri, 10 agosto. Forse anche per questa lucida visione delle cose, che sconfigge anche l’oscurità della notte, Lorenzo è patrono di bibliotecari e librai, custodi del sapere racchiuso nei libri.
Il popolo, si sa, spesso accompagna la devozione dei santi con le antiche credenze, percorse dal senso del magico. Così la notte di san Lorenzo è soprattutto la notte dei desideri, formulati in silenzio, il naso all’insù a caccia della brevissima scia della stella cadente che potrà esaudirli. Si ha un bel dire che no, quelle gocce di luce che solcano la notte non sono le lacrime di san Lorenzo né le faville che si sprigionano dai carboni del fuoco che lo martirizza; e che sono, invece, banali meteoriti che nell’attraversare l’atmosfera terrestre s’incendiano per l’attrito e si consumano rapidissime.
Se la notte è serena, ogni 10 agosto lo sguardo della gente fruga il cielo notturno e ciascuno cerca la stella cui affidare qualche modesto, riposto desiderio.
(M.Torrigiani)
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Lorenzo era nato in Spagna, a Osca, oggi Huesca, alle falde dei Pirenei aragonesi, nel 225, ma sono poche e poco documentate le notizie sulla sua vita e contraddittorie quelle sulla sua morte. Completa assai giovane gli studi umanistici e teologici a Saragozza, allievo di quello che diverrà poi papa Sisto II. Insieme con lui lascia la Spagna per Roma. Qui il suo maestro, alla morte di Stefano I, viene eletto vescovo dell’Urbe e papa il 31 agosto del 257.
Lorenzo ha 32 anni. Il nuovo papa lo fa arcidiacono e in quella veste gli assegna la responsabilità delle opere di carità nella diocesi di Roma. Sono oltre 1.500, fra poveri e vedove, i bisognosi di cui Lorenzo si occupa. Una moltitudine, se la si compara alla popolazione della città, enormemente ridotta rispetto ai numeri che aveva conosciuto nel massimo splendore dell’impero. Già prima che Sisto ascenda al soglio pontificio, l’Imperatore Valeriano pubblica un primo editto di persecuzione contro i cristiani. Nonostante ciò, per almeno un anno, l’opera pastorale di Sisto e l’intensa attività di Lorenzo si svolgono senza eccessivi intoppi.
Ma nei primi giorni dell’agosto del 258, un nuovo più feroce editto di Valeriano ordina l’immediata messa a morte di tutti i vescovi, presbiteri e diaconi e la confisca dei beni in loro disponibilità a favore dell’erario imperiale.
Sisto fu il primo a cadere, decapitato, insieme con sei dei suoi diaconi, il 6 agosto.
La leggenda, diffusamente alimentata dal quell’Ambrogio vescovo di Milano nel suo De Officiis, narra dell’incontro di Lorenzo con il suo vescovo condotto al martirio. Dove vai, padre, senza il tuo figlio? Dove ti affretti, o santo vescovo, senza il tuo diacono?, esclama Lorenzo, rivendicando il diritto di morire con lui, se non prima di lui o addirittura in sua vece.
E ricorda l’esempio di Abramo che offrì a Dio il sacrificio del figlio Isacco o quello di san Pietro, che si fece precedere nella testimonianza di fede dal giovinetto protomartire Stefano.
Solo la risposta di Sisto, che gli assicura che a lui saranno riservate ben presto prove anche più aspre, acquieta l’ansia eroica del nostro santo.
A Lorenzo si offrì salva la vita purché consegnasse i tesori della Chiesa entro tre giorni.
Alla scadenza del 10 agosto, dunque, il santo si presenta seguito dalla turba dei diseredati cui presta assistenza ogni giorno: Ecco – egli dice – questi sono i nostri tesori. Sono tesori eterni, non vengono mai meno, che anzi aumentano sempre, alludendo al fatto che sempre vi saranno uomini e donne offesi dal bisogno e dalla miseria. Fu subito catturato, si procedette alla sua esecuzione e Lorenzo fu posto su una graticola e bruciato vivo.
Questa la tradizione, della quale non vi è, però, alcuna certezza; che anzi molti sono gli storici che sostengono che venisse invece decapitato. Ma tant’è. L’iconografia tradizionale e quella ufficiale ritraggono il Santo con la palma del martirio e la graticola che indica la tecnica del supplizio. E si racconta che il santo, con allegra spavalderia da giovane spaccone, si rivolgesse ai suoi aguzzini invitandoli a girarlo sulla graticola che “da questa parte son già cotto; giratemi e poi mangiatemi!”
Ancora la memoria popolare, che sempre si nutre delle più sfrenate fantasie, testimonia che il corpo del santo, ben cotto, fu distribuito tra i poveri perché se ne cavassero la fame, quasi ultimo atto della sua quotidiana pratica di carità. Al momento che spirava, si dice poi che un soldato romano raccogliesse uno straccio intriso di alcune gocce di sangue e grasso, che colavano dalla graticola, recandolo poi al paese che allora da allora si chiamò Castrum Sancti Laurentii, oggi Amaseno, nel frusinate. Naturalmente il patrono di Amaseno è San Lorenzo e qui, ogni 10 agosto, si ripete il miracolo della liquefazione del sangue che intride la sacra reliquia, né più né meno di quel che accade con il sangue di San Gennaro.
Patrono di Grosseto, che gli dedica il Duomo d’impianto romanico; patrono di Roma, sia pure in compagnia di Pietro e Paolo e anche di Perugia, con san Costanzo e sant’Ercolano e patrono di Rotterdam, San Lorenzo è protettore dei lavori che si fanno col fuoco: è il santo dei pompieri, dei lavoratori del vetro, dei cuochi, dei rosticcieri. Ama la notte, Lorenzo, non ne vede la tenebra: La mia notte non ha oscurità, ma tutte le cose divengono chiare nella luce, afferma nella sua Liturgia delle Ore, Vespri, 10 agosto. Forse anche per questa lucida visione delle cose, che sconfigge anche l’oscurità della notte, Lorenzo è patrono di bibliotecari e librai, custodi del sapere racchiuso nei libri.
Il popolo, si sa, spesso accompagna la devozione dei santi con le antiche credenze, percorse dal senso del magico. Così la notte di san Lorenzo è soprattutto la notte dei desideri, formulati in silenzio, il naso all’insù a caccia della brevissima scia della stella cadente che potrà esaudirli. Si ha un bel dire che no, quelle gocce di luce che solcano la notte non sono le lacrime di san Lorenzo né le faville che si sprigionano dai carboni del fuoco che lo martirizza; e che sono, invece, banali meteoriti che nell’attraversare l’atmosfera terrestre s’incendiano per l’attrito e si consumano rapidissime.
Se la notte è serena, ogni 10 agosto lo sguardo della gente fruga il cielo notturno e ciascuno cerca la stella cui affidare qualche modesto, riposto desiderio.
(M.Torrigiani)
domenica 10 agosto 2014
San Lorenzo
Storia e leggenda intorno a un Santo giovane e spavaldo. Una notte a naso all’insù a caccia di stelle cadenti
San Lorenzo, io lo so perché tanto / di stelle per l’aria tranquilla / arde e cade, perché sì gran pianto / nel concavo cielo sfavilla.
Piange il cielo, per Giovanni Pascoli, sulla malvagità che abita la terra; e le sfavillanti Perseidi – per la credenza popolare le lacrime del santo martire, arso vivo a Roma il 10 agosto del 258 – sono anche il compianto funebre per la morte del padre Ruggero, ucciso con un colpo di fucile, nella notte fra il 10 e l’11 agosto, mentre tornava a casa da una giornata di mercato.
Lorenzo era nato in Spagna, a Osca, oggi Huesca, alle falde dei Pirenei aragonesi, nel 225, ma sono poche e poco documentate le notizie sulla sua vita e contraddittorie quelle sulla sua morte. Completa assai giovane gli studi umanistici e teologici a Saragozza, allievo di quello che diverrà poi papa Sisto II. Insieme con lui lascia la Spagna per Roma. Qui il suo maestro, alla morte di Stefano I, viene eletto vescovo dell’Urbe e papa il 31 agosto del 257.
Lorenzo ha 32 anni. Il nuovo papa lo fa arcidiacono e in quella veste gli assegna la responsabilità delle opere di carità nella diocesi di Roma. Sono oltre 1.500, fra poveri e vedove, i bisognosi di cui Lorenzo si occupa. Una moltitudine, se la si compara alla popolazione della città, enormemente ridotta rispetto ai numeri che aveva conosciuto nel massimo splendore dell’impero. Già prima che Sisto ascenda al soglio pontificio, l’Imperatore Valeriano pubblica un primo editto di persecuzione contro i cristiani. Nonostante ciò, per almeno un anno, l’opera pastorale di Sisto e l’intensa attività di Lorenzo si svolgono senza eccessivi intoppi.
Ma nei primi giorni dell’agosto del 258, un nuovo più feroce editto di Valeriano ordina l’immediata messa a morte di tutti i vescovi, presbiteri e diaconi e la confisca dei beni in loro disponibilità a favore dell’erario imperiale.
Immagine1.pngSisto fu il primo a cadere, decapitato, insieme con sei dei suoi diaconi, il 6 agosto.
La leggenda, diffusamente alimentata dal quell’Ambrogio vescovo di Milano nel suo De Officiis, narra dell’incontro di Lorenzo con il suo vescovo condotto al martirio. Dove vai, padre, senza il tuo figlio? Dove ti affretti, o santo vescovo, senza il tuo diacono?, esclama Lorenzo, rivendicando il diritto di morire con lui, se non prima di lui o addirittura in sua vece.
E ricorda l’esempio di Abramo che offrì a Dio il sacrificio del figlio Isacco o quello di san Pietro, che si fece precedere nella testimonianza di fede dal giovinetto protomartire Stefano.
Solo la risposta di Sisto, che gli assicura che a lui saranno riservate ben presto prove anche più aspre, acquieta l’ansia eroica del nostro santo.
A Lorenzo si offrì salva la vita purché consegnasse i tesori della Chiesa entro tre giorni.
Alla scadenza del 10 agosto, dunque, il santo si presenta seguito dalla turba dei diseredati cui presta assistenza ogni giorno: Ecco – egli dice – questi sono i nostri tesori. Sono tesori eterni, non vengono mai meno, che anzi aumentano sempre, alludendo al fatto che sempre vi saranno uomini e donne offesi dal bisogno e dalla miseria. Fu subito catturato, si procedette alla sua esecuzione e Lorenzo fu posto su una graticola e bruciato vivo.
Questa la tradizione, della quale non vi è, però, alcuna certezza; che anzi molti sono gli storici che sostengono che venisse invece decapitato. Ma tant’è. L’iconografia tradizionale e quella ufficiale ritraggono il Santo con la palma del martirio e la graticola che indica la tecnica del supplizio. E si racconta che il santo, con allegra spavalderia da giovane spaccone, si rivolgesse ai suoi aguzzini invitandoli a girarlo sulla graticola che “da questa parte son già cotto; giratemi e poi mangiatemi!”
Ancora la memoria popolare, che sempre si nutre delle più sfrenate fantasie, testimonia che il corpo del santo, ben cotto, fu distribuito tra i poveri perché se ne cavassero la fame, quasi ultimo atto della sua quotidiana pratica di carità. Al momento che spirava, si dice poi che un soldato romano raccogliesse uno straccio intriso di alcune gocce di sangue e grasso, che colavano dalla graticola, recandolo poi al paese che allora da allora si chiamò Castrum Sancti Laurentii, oggi Amaseno, nel frusinate. Naturalmente il patrono di Amaseno è San Lorenzo e qui, ogni 10 agosto, si ripete il miracolo della liquefazione del sangue che intride la sacra reliquia, né più né meno di quel che accade con il sangue di San Gennaro.
Patrono di Grosseto, che gli dedica il Duomo d’impianto romanico; patrono di Roma, sia pure in compagnia di Pietro e Paolo e anche di Perugia, con san Costanzo e sant’Ercolano e patrono di Rotterdam, San Lorenzo è protettore dei lavori che si fanno col fuoco: è il santo dei pompieri, dei lavoratori del vetro, dei cuochi, dei rosticcieri. Ama la notte, Lorenzo, non ne vede la tenebra: La mia notte non ha oscurità, ma tutte le cose divengono chiare nella luce, afferma nella sua Liturgia delle Ore, Vespri, 10 agosto. Forse anche per questa lucida visione delle cose, che sconfigge anche l’oscurità della notte, Lorenzo è patrono di bibliotecari e librai, custodi del sapere racchiuso nei libri.
Il popolo, si sa, spesso accompagna la devozione dei santi con le antiche credenze, percorse dal senso del magico. Così la notte di san Lorenzo è soprattutto la notte dei desideri, formulati in silenzio, il naso all’insù a caccia della brevissima scia della stella cadente che potrà esaudirli. Si ha un bel dire che no, quelle gocce di luce che solcano la notte non sono le lacrime di san Lorenzo né le faville che si sprigionano dai carboni del fuoco che lo martirizza; e che sono, invece, banali meteoriti che nell’attraversare l’atmosfera terrestre s’incendiano per l’attrito e si consumano rapidissime.
Se la notte è serena, ogni 10 agosto lo sguardo della gente fruga il cielo notturno e ciascuno cerca la stella cui affidare qualche modesto, riposto desiderio.
(M.Torrigiani)
San Lorenzo, io lo so perché tanto / di stelle per l’aria tranquilla / arde e cade, perché sì gran pianto / nel concavo cielo sfavilla.
Piange il cielo, per Giovanni Pascoli, sulla malvagità che abita la terra; e le sfavillanti Perseidi – per la credenza popolare le lacrime del santo martire, arso vivo a Roma il 10 agosto del 258 – sono anche il compianto funebre per la morte del padre Ruggero, ucciso con un colpo di fucile, nella notte fra il 10 e l’11 agosto, mentre tornava a casa da una giornata di mercato.
Lorenzo era nato in Spagna, a Osca, oggi Huesca, alle falde dei Pirenei aragonesi, nel 225, ma sono poche e poco documentate le notizie sulla sua vita e contraddittorie quelle sulla sua morte. Completa assai giovane gli studi umanistici e teologici a Saragozza, allievo di quello che diverrà poi papa Sisto II. Insieme con lui lascia la Spagna per Roma. Qui il suo maestro, alla morte di Stefano I, viene eletto vescovo dell’Urbe e papa il 31 agosto del 257.
Lorenzo ha 32 anni. Il nuovo papa lo fa arcidiacono e in quella veste gli assegna la responsabilità delle opere di carità nella diocesi di Roma. Sono oltre 1.500, fra poveri e vedove, i bisognosi di cui Lorenzo si occupa. Una moltitudine, se la si compara alla popolazione della città, enormemente ridotta rispetto ai numeri che aveva conosciuto nel massimo splendore dell’impero. Già prima che Sisto ascenda al soglio pontificio, l’Imperatore Valeriano pubblica un primo editto di persecuzione contro i cristiani. Nonostante ciò, per almeno un anno, l’opera pastorale di Sisto e l’intensa attività di Lorenzo si svolgono senza eccessivi intoppi.
Ma nei primi giorni dell’agosto del 258, un nuovo più feroce editto di Valeriano ordina l’immediata messa a morte di tutti i vescovi, presbiteri e diaconi e la confisca dei beni in loro disponibilità a favore dell’erario imperiale.
Immagine1.pngSisto fu il primo a cadere, decapitato, insieme con sei dei suoi diaconi, il 6 agosto.
La leggenda, diffusamente alimentata dal quell’Ambrogio vescovo di Milano nel suo De Officiis, narra dell’incontro di Lorenzo con il suo vescovo condotto al martirio. Dove vai, padre, senza il tuo figlio? Dove ti affretti, o santo vescovo, senza il tuo diacono?, esclama Lorenzo, rivendicando il diritto di morire con lui, se non prima di lui o addirittura in sua vece.
E ricorda l’esempio di Abramo che offrì a Dio il sacrificio del figlio Isacco o quello di san Pietro, che si fece precedere nella testimonianza di fede dal giovinetto protomartire Stefano.
Solo la risposta di Sisto, che gli assicura che a lui saranno riservate ben presto prove anche più aspre, acquieta l’ansia eroica del nostro santo.
A Lorenzo si offrì salva la vita purché consegnasse i tesori della Chiesa entro tre giorni.
Alla scadenza del 10 agosto, dunque, il santo si presenta seguito dalla turba dei diseredati cui presta assistenza ogni giorno: Ecco – egli dice – questi sono i nostri tesori. Sono tesori eterni, non vengono mai meno, che anzi aumentano sempre, alludendo al fatto che sempre vi saranno uomini e donne offesi dal bisogno e dalla miseria. Fu subito catturato, si procedette alla sua esecuzione e Lorenzo fu posto su una graticola e bruciato vivo.
Questa la tradizione, della quale non vi è, però, alcuna certezza; che anzi molti sono gli storici che sostengono che venisse invece decapitato. Ma tant’è. L’iconografia tradizionale e quella ufficiale ritraggono il Santo con la palma del martirio e la graticola che indica la tecnica del supplizio. E si racconta che il santo, con allegra spavalderia da giovane spaccone, si rivolgesse ai suoi aguzzini invitandoli a girarlo sulla graticola che “da questa parte son già cotto; giratemi e poi mangiatemi!”
Ancora la memoria popolare, che sempre si nutre delle più sfrenate fantasie, testimonia che il corpo del santo, ben cotto, fu distribuito tra i poveri perché se ne cavassero la fame, quasi ultimo atto della sua quotidiana pratica di carità. Al momento che spirava, si dice poi che un soldato romano raccogliesse uno straccio intriso di alcune gocce di sangue e grasso, che colavano dalla graticola, recandolo poi al paese che allora da allora si chiamò Castrum Sancti Laurentii, oggi Amaseno, nel frusinate. Naturalmente il patrono di Amaseno è San Lorenzo e qui, ogni 10 agosto, si ripete il miracolo della liquefazione del sangue che intride la sacra reliquia, né più né meno di quel che accade con il sangue di San Gennaro.
Patrono di Grosseto, che gli dedica il Duomo d’impianto romanico; patrono di Roma, sia pure in compagnia di Pietro e Paolo e anche di Perugia, con san Costanzo e sant’Ercolano e patrono di Rotterdam, San Lorenzo è protettore dei lavori che si fanno col fuoco: è il santo dei pompieri, dei lavoratori del vetro, dei cuochi, dei rosticcieri. Ama la notte, Lorenzo, non ne vede la tenebra: La mia notte non ha oscurità, ma tutte le cose divengono chiare nella luce, afferma nella sua Liturgia delle Ore, Vespri, 10 agosto. Forse anche per questa lucida visione delle cose, che sconfigge anche l’oscurità della notte, Lorenzo è patrono di bibliotecari e librai, custodi del sapere racchiuso nei libri.
Il popolo, si sa, spesso accompagna la devozione dei santi con le antiche credenze, percorse dal senso del magico. Così la notte di san Lorenzo è soprattutto la notte dei desideri, formulati in silenzio, il naso all’insù a caccia della brevissima scia della stella cadente che potrà esaudirli. Si ha un bel dire che no, quelle gocce di luce che solcano la notte non sono le lacrime di san Lorenzo né le faville che si sprigionano dai carboni del fuoco che lo martirizza; e che sono, invece, banali meteoriti che nell’attraversare l’atmosfera terrestre s’incendiano per l’attrito e si consumano rapidissime.
Se la notte è serena, ogni 10 agosto lo sguardo della gente fruga il cielo notturno e ciascuno cerca la stella cui affidare qualche modesto, riposto desiderio.
(M.Torrigiani)
sabato 26 luglio 2014
Sant'Anna
OGGI FESTIVITà DI SANT'ANNA
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Anna è la madre della Vergine Maria.
Nella Sacra Scrittura non c'è il minimo accenno alla madre della Madonna.
Le prime notizie su Anna sono del secolo II e risultano dal testo apocrifo del Protovangelo di Giacomo, dove si racconta la storia dell'infanzia di Maria e dei suoi genitori Anna e Gioacchino.
Gioacchino era uomo virtuoso e molto ricco, ma sterile. Per questo motivo fu umiliato e si sentì costretto a ritirarsi nel deserto.
Durante la separazione un angelo sarebbe apparso ad Anna e contemporaneamente anche a Gioacchino, annunciando loro l'imminente concepimento di un figlio.
Anna in attesa di Maria
I due allora s'incontrarono alla Porta Aurea di Gerusalemme, dove pare che con un casto bacio avvenne il concepimento di Maria.
La Chiesa d'Occidente acquisirà solo più tardi la devozione e il culto di sant'Anna la cui festa, assieme a Gioacchino, verrà inserita nel calendario liturgico solo nel 1584.
La santa è invocata come protettrice delle madri e delle partorienti.
Sant'Anna è festeggiata il 26 luglio.
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BUON GIORNO DI DANT'ANNA A TUTTI :-) <3<3<3<3<3<3<3
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Anna è la madre della Vergine Maria.
Nella Sacra Scrittura non c'è il minimo accenno alla madre della Madonna.
Le prime notizie su Anna sono del secolo II e risultano dal testo apocrifo del Protovangelo di Giacomo, dove si racconta la storia dell'infanzia di Maria e dei suoi genitori Anna e Gioacchino.
Gioacchino era uomo virtuoso e molto ricco, ma sterile. Per questo motivo fu umiliato e si sentì costretto a ritirarsi nel deserto.
Durante la separazione un angelo sarebbe apparso ad Anna e contemporaneamente anche a Gioacchino, annunciando loro l'imminente concepimento di un figlio.
Anna in attesa di Maria
I due allora s'incontrarono alla Porta Aurea di Gerusalemme, dove pare che con un casto bacio avvenne il concepimento di Maria.
La Chiesa d'Occidente acquisirà solo più tardi la devozione e il culto di sant'Anna la cui festa, assieme a Gioacchino, verrà inserita nel calendario liturgico solo nel 1584.
La santa è invocata come protettrice delle madri e delle partorienti.
Sant'Anna è festeggiata il 26 luglio.
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BUON GIORNO DI DANT'ANNA A TUTTI :-) <3<3<3<3<3<3<3
mercoledì 23 luglio 2014
domenica 27 aprile 2014
domenica 13 aprile 2014
Storia della Domenica Delle Palme
La Domenica delle Palme,
chiamata liturgicamente Seconda Domenica di Passione è celebrata la domenica prima di Pasqua e, per i Cristiani ha inizio la Settimana Santa.
Liturgicamente è detta Seconda Domenico di Passione perchè nella forma straordinaria del Rito Romano, la Domenica di Passione cade una settimana prima.
Questa festività è osservata non solo dai Cattolici, ma anche dagli Ortodossi e dai Protestanti.
Ricorrenza della Domenica delle Palme
In questo giorno la Chiesa ricorda il trionfale ingresso di Gesù a Gerusalemme in sella ad un asino, osannato dalla folla che lo salutava agitando rami di palma (cfr. Gv 12,12-15).
La folla, radunata dalle voci dell’arrivo di Gesù, stese a terra i mantelli, mentre altri tagliavano rami dagli alberi di ulivo e di palma, abbondanti nella regione, e agitandoli festosamente gli rendevano onore.
Da allora vengono attribuite virtù magiche e miracolose ai rami delle piante benedette, virtù capaci di allontanare gli incantesimi e gli spiriti maligni.
I rami benedetti vengono custoditi nelle case dei fedeli e sono presenti anche nelle processioni pasquali; tempo fa le palme assumevano un valore magico-religioso e per questo addobbavano animali e veicoli, collocati
sulle testiere dei muli, sulle fiancate dei carretti e sugli alberi delle imbarcazioni perchè allontanassero malattie e calamità.
Folclore della Festa delle Palme
Nel vangelo di Giovanni si narra che la popolazione abbia usato rami di palma che erano simbolo di trionfo, acclamazione e regalità.
L'utilizzo dei rami di ulivo sono stati introdotti nella tradizione popolare per la scarsità di piante di palma in Italia sostituite dall'ulivo che, secondo la tradizione
(vedi la Storia del Diluvio) è un simbolo di pace.
Nelle zone dove l'ulivo non viene coltivato, i rametti portati in chiesa per essere benedetti, vengono sostituiti da fiori e foglie intrecciate.
Tradizioni della Festa delle Palme
Prima della industrializzazione, quando la campagna era ancora legata alla città, la gente si procurava dei bei rami d'olivo appena tagliato e se li faceva benedire durante
la messa, poi si portava a casa i rametti d'ulivo, ne regalava ai parenti o agli amici che
non avevano partecipato alla Messa delle Palme, e ne conservava il resto come simbolo di pace, appeso in casa.
In alcune regioni, si usava benedire la tavola imbandita nel giorno di Pasqua con il rametto intinto nell'acqua.
In molte zone d'Italia, come Bordighera e Sanremo, con le foglie di palma intrecciate ed sbianchite vengono realizzati addobbi chiamati "Parmureli" che sostituiscono i rametti
d'olivo (in quella zona sopravvive il palmeto più settentrionale d'Europa).
chiamata liturgicamente Seconda Domenica di Passione è celebrata la domenica prima di Pasqua e, per i Cristiani ha inizio la Settimana Santa.
Liturgicamente è detta Seconda Domenico di Passione perchè nella forma straordinaria del Rito Romano, la Domenica di Passione cade una settimana prima.
Questa festività è osservata non solo dai Cattolici, ma anche dagli Ortodossi e dai Protestanti.
Ricorrenza della Domenica delle Palme
In questo giorno la Chiesa ricorda il trionfale ingresso di Gesù a Gerusalemme in sella ad un asino, osannato dalla folla che lo salutava agitando rami di palma (cfr. Gv 12,12-15).
La folla, radunata dalle voci dell’arrivo di Gesù, stese a terra i mantelli, mentre altri tagliavano rami dagli alberi di ulivo e di palma, abbondanti nella regione, e agitandoli festosamente gli rendevano onore.
Da allora vengono attribuite virtù magiche e miracolose ai rami delle piante benedette, virtù capaci di allontanare gli incantesimi e gli spiriti maligni.
I rami benedetti vengono custoditi nelle case dei fedeli e sono presenti anche nelle processioni pasquali; tempo fa le palme assumevano un valore magico-religioso e per questo addobbavano animali e veicoli, collocati
sulle testiere dei muli, sulle fiancate dei carretti e sugli alberi delle imbarcazioni perchè allontanassero malattie e calamità.
Folclore della Festa delle Palme
Nel vangelo di Giovanni si narra che la popolazione abbia usato rami di palma che erano simbolo di trionfo, acclamazione e regalità.
L'utilizzo dei rami di ulivo sono stati introdotti nella tradizione popolare per la scarsità di piante di palma in Italia sostituite dall'ulivo che, secondo la tradizione
(vedi la Storia del Diluvio) è un simbolo di pace.
Nelle zone dove l'ulivo non viene coltivato, i rametti portati in chiesa per essere benedetti, vengono sostituiti da fiori e foglie intrecciate.
Tradizioni della Festa delle Palme
Prima della industrializzazione, quando la campagna era ancora legata alla città, la gente si procurava dei bei rami d'olivo appena tagliato e se li faceva benedire durante
la messa, poi si portava a casa i rametti d'ulivo, ne regalava ai parenti o agli amici che
non avevano partecipato alla Messa delle Palme, e ne conservava il resto come simbolo di pace, appeso in casa.
In alcune regioni, si usava benedire la tavola imbandita nel giorno di Pasqua con il rametto intinto nell'acqua.
In molte zone d'Italia, come Bordighera e Sanremo, con le foglie di palma intrecciate ed sbianchite vengono realizzati addobbi chiamati "Parmureli" che sostituiscono i rametti
d'olivo (in quella zona sopravvive il palmeto più settentrionale d'Europa).
sabato 1 marzo 2014
sabato 7 settembre 2013
sabato 31 agosto 2013
venerdì 5 luglio 2013
Simbolo
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sabato 29 giugno 2013
Santissimi Pietro e Paolo
Due apostoli e due personaggi diversi, ma entrambi fondamentali per la storia della Chiesa del primo secolo così come nella costruzione di quelle radici dalle quali si alimenta continuamente la fede cristiana. Pietro, nato a Betsaida in Galilea, era un pescatore a Cafarnao. Fratello di Andrea, divenne apostolo di Gesù dopo che questi lo chiamò presso il lago di Galilea e dopo aver assistito alla pesca miracolosa. Da sempre tra i discepoli più vicini a Gesù fu l'unico, insieme al cosiddetto «discepolo prediletto», a seguire Gesù presso la casa del sommo sacerdote Caifa, fu costretto anch'egli alla fuga dopo aver rinnegato tre volte il maestro, come questi aveva già predetto. Ma Pietro ricevette dallo stesso Risorto il mandato a fare da guida alla comunità dei discepoli. Morì tra il 64 e il 67 durante la persecuzione anticristiana di Nerone. San Paolo, invece, era originario di Tarso: prima persecutore dei cristiani, incontrò il Risorto sulla via tra Gerusalemme e Damasco. Baluardo dell'evangelizzazione dei popoli pagani nel Mediterraneo morì anch'egli a Roma tra il 64 e il 67.
Martirologio Romano: Solennità dei santi Pietro e Paolo Apostoli. Simone, figlio di Giona e fratello di Andrea, primo tra i discepoli professò che Gesù era il Cristo, Figlio del Dio vivente, dal quale fu chiamato Pietro. Paolo, Apostolo delle genti, predicò ai Giudei e ai Greci Cristo crocifisso. Entrambi nella fede e nell’amore di Gesù Cristo annunciarono il Vangelo nella città di Roma e morirono martiri sotto l’imperatore Nerone: il primo, come dice la tradizione, crocifisso a testa in giù e sepolto in Vaticano presso la via Trionfale, il secondo trafitto con la spada e sepolto sulla via Ostiense. In questo giorno tutto il mondo con uguale onore e venerazione celebra il loro trionfo.
Ascolta da RadioVaticana:
Ascolta da RadioRai:
Ascolta da RadioMaria:
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Il 29 di giugno la Chiesa commemora la solennità liturgica degli Apostoli:
San PIETRO
Pietro, scelto da Cristo a fondamento dell'edificio ecclesiale, clavigero del regno dei cieli (Mt 16,13-19), pastore del gregge santo (Gv 21,15-17), confermatore dei fratelli (Lc 22,32), è nella sua persona e nei suoi successori il segno visibile dell'unità e della comunione nella fede e nella carità. Gli apostoli Pietro e Paolo sigillarono con il martirio a Roma, verso l'anno 67, la loro testimonianza al Maestro.
San PAOLO
Paolo, cooptato nel collegio apostolico dal Cristo stesso sulla via di Damasco, strumento eletto per portare il suo nome davanti ai popoli, è il più grande missionario di tutti tempi, l'avvocato dei pagani, l'apostolo delle genti, colui che insieme a Pietro far risuonare il messaggio evangelico nel mondo mediterraneo. Gli apostoli Pietro e Paolo sigillarono con il martirio a Roma, verso l'anno 67, la loro testimonianza al Maestro.
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sabato 11 maggio 2013
giovedì 25 aprile 2013
sabato 20 aprile 2013
Panni stesi, profumo pulito e storia di vita quotidiana
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giovedì 28 marzo 2013
giovedì 14 marzo 2013
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